"In accordo con Holbrook , la partecipazione in un evento artistico deve essere considerata come un esperienza estetica, simile alla reazione emotiva. Una emozione è definita come uno stato di movimento interiore nell'individuo. Una reazione emotiva coinvolge elementi cognitivi ma pure " i cambiamenti fisiologici, le espressioni comportamentali e la sfera dei sentimenti" ( Holbrook,1986)
Quasi finita la tesi. Ieri notte ho chiuso il secondo capitolo.
Ho scoperto un sacco di cose.
Siamo circondati, intrisi, avviluppati dalle strategie di marketing. Questo si sa.
Ma molto più di quanto pensiamo.
Loro ci guardano...ci studiano, ci conoscono: sanno tutto di noi. Sanno come spendiamo il nostro tempo libero. Quello che ci piace.
Conoscono i nostri spostamenti. Ma non solo.
Sanno ciò di cui abbiamo bisogno. Conoscono molta gente più di quanto questa gente conosca se stessa.
Un po' come se il tuo analista fosse satana in persona.
Sanno che quando il consumatore postmoderno fa un acquisto, quello che cerca è un'esperienza olistica.
Non si acquista più un oggetto.
Si acquista un'emozione, o perlomeno si crede.
Il tempo è poco e la gente vuole spenderlo al meglio. Ottenere il miglior divertimento e la migliore emozione ricavabile.
Un tubetto di piacere monouso da succhiare all'acquisto.
Ma il consumatore sfugge... cambia gusti, sceglie da solo. cambia tribù. Cambia contesto.
Cambia identità più volte al giorno.
Fa scelte spesso contrastanti seguendo un estro creativo conformista dettato dal bisogno di identità e al tempo stesso rompe ogni schema con slancio naturale.
Non ho fatto economia. La mia tesi è per la laurea in dams.
Ma mi sono buttata su una tesi che aveva bisogno di altre competenze oltre le teorie del cinema, la storia del teatro e le tecniche del lavoro di gruppo e ho dovuto studiare le teorie economiche che prima non conoscevo. Cosa c'è dietro l'acquisto di un evento culturale?
Perché mai un consumatore dovrebbe decidere di andare ad assistere ad un evento?
cosa muove il mercato della cultura?
Da quale male profondo è afflitto questo mercato e come si può curare?
Dovrei intitolarla: la cultura in mutande.
Mi infogno nelle teorie economiche e del marketing culturale e ne esco a brandelli.
Mi sento una giornalista che scrive un pezzo forte, ma non può pubblicare la verità.
E' troppa.
Faccio una capriola di stile e accontento capra e cavoli.
"L’economia della cultura è quindi espressione di quella fluidità e flessibilità – che Bauman chiama liquidità – che caratterizza la cultura emergente e sfocia in quella personalizzazione di massa che Fabris individua come l’ossimoro dei nostri tempi."
Così si chiude il primo capitolo.
Pillola rossa o pillola blu?
Tutteddue.
Pausa sigaretta.
Vado a ripormi nell'apposita vaschetta. La scadenza è vicina.
Mi addormenterò anche stanotte con le pagine di Jodorowskj sulla faccia.
Quasi finita la tesi. Ieri notte ho chiuso il secondo capitolo.
Ho scoperto un sacco di cose.
Siamo circondati, intrisi, avviluppati dalle strategie di marketing. Questo si sa.
Ma molto più di quanto pensiamo.
Loro ci guardano...ci studiano, ci conoscono: sanno tutto di noi. Sanno come spendiamo il nostro tempo libero. Quello che ci piace.
Conoscono i nostri spostamenti. Ma non solo.
Sanno ciò di cui abbiamo bisogno. Conoscono molta gente più di quanto questa gente conosca se stessa.
Un po' come se il tuo analista fosse satana in persona.
Sanno che quando il consumatore postmoderno fa un acquisto, quello che cerca è un'esperienza olistica.
Non si acquista più un oggetto.
Si acquista un'emozione, o perlomeno si crede.
Il tempo è poco e la gente vuole spenderlo al meglio. Ottenere il miglior divertimento e la migliore emozione ricavabile.
Un tubetto di piacere monouso da succhiare all'acquisto.
Ma il consumatore sfugge... cambia gusti, sceglie da solo. cambia tribù. Cambia contesto.
Cambia identità più volte al giorno.
Fa scelte spesso contrastanti seguendo un estro creativo conformista dettato dal bisogno di identità e al tempo stesso rompe ogni schema con slancio naturale.
Non ho fatto economia. La mia tesi è per la laurea in dams.
Ma mi sono buttata su una tesi che aveva bisogno di altre competenze oltre le teorie del cinema, la storia del teatro e le tecniche del lavoro di gruppo e ho dovuto studiare le teorie economiche che prima non conoscevo. Cosa c'è dietro l'acquisto di un evento culturale?
Perché mai un consumatore dovrebbe decidere di andare ad assistere ad un evento?
cosa muove il mercato della cultura?
Da quale male profondo è afflitto questo mercato e come si può curare?
Dovrei intitolarla: la cultura in mutande.
Mi infogno nelle teorie economiche e del marketing culturale e ne esco a brandelli.
Mi sento una giornalista che scrive un pezzo forte, ma non può pubblicare la verità.
E' troppa.
Faccio una capriola di stile e accontento capra e cavoli.
"L’economia della cultura è quindi espressione di quella fluidità e flessibilità – che Bauman chiama liquidità – che caratterizza la cultura emergente e sfocia in quella personalizzazione di massa che Fabris individua come l’ossimoro dei nostri tempi."
Così si chiude il primo capitolo.
Pillola rossa o pillola blu?
Tutteddue.
Pausa sigaretta.
Vado a ripormi nell'apposita vaschetta. La scadenza è vicina.
Mi addormenterò anche stanotte con le pagine di Jodorowskj sulla faccia.
postato da: Metanoie alle ore 01:04 | Permalink | commenti (3)
categoria:libri, lavoro, ottimismo, prospettive, intuizioni, metapensiero
Commenti

categoria:libri, lavoro, ottimismo, prospettive, intuizioni, metapensiero







